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Beato Agostino Thevarparampil (Kunjachan) Sacerdote

16 ottobre

Ramapuran (Kerala), India, 1 aprile 1891 – 16 ottobre 1973

L’indiano Augustine Thevarparampil (chiamato dal popolo "Kunjachan", ossia "piccolo prete" per la sua statura), sacerdote della diocesi di rito Siro-Malabarese di Palai, in Kerala (1891-1973). Consacrò la sua vita alla promozione umana e cristiana dei cosiddetti "intoccabili", cioè coloro che vivevano ai margini della società, in condizioni di estrema povertà.

Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino


A causa della sua bassa statura, veniva chiamato popolarmente “Kunjachan”, che nella lingua maiayalain dell’India, significa “piccolo prete”.
Agostino Thevarparampil nacque il 1° aprile 1891 a Ramapuran, diocesi di Palai nello Stato del Kerala in India, evidentemente in una famiglia cristiana; una volta terminati gli studi scolastici nel suo paese, entrò nel seminario di Palai, dove completò la sua preparazione morale e di studio, venendo ordinato sacerdote il 17 dicembre 1921, quindi a 30 anni, dal vescovo Mar Tommasi Kurialacherry, anch’egli futuro Servo di Dio.
Due anni dopo, nel febbraio 1923, fu mandato come vice parroco nella parrocchia di S. Sebastiano a Kadanad, ma una improvvisa e grave malattia, lo costrinse a lasciare l’incarico e a ritornare a Ramapuran.
Durante la sua lunga convalescenza, poté conoscere un’altra realtà sociale dell’India e per lui un nuovo campo di azione, che fino a quel momento era trascurato da tutti e cioè, la miserabile situazione di vita dei cosiddetti ‘intoccabili’, ossia gli appartenenti alle classi più basse della società indiana, da noi conosciuti come ‘paria’, cioè non appartenenti a nessuna casta.
Già Gandhi (1869-1948) per primo prese a chiamarli ‘Harijan’, cioè ‘popolo di Dio’, oggi sono chiamati ‘Dalit’. Per secoli tutte queste persone, erano considerate “inavvicinabili” o “intoccabili” e vivevano sui terreni che appartenevano ai membri delle classi superiori, dei quali erano braccianti e forza di lavoro, naturalmente con compenso minimo e senza tutele di nessun genere.
Apro una parentesi, ricordando che questa realtà indiana era ed è così vasta e radicata, che costituì il campo di lavoro, della più conosciuta, beata Madre Teresa di Calcutta.
Ritornando a padre Agostino Thevarparampil, egli allora decise di donarsi totalmente per migliorare la loro vita e anche per la loro evangelizzazione. Ma ben presto si accorse che il compito era difficile, perché si trattava di condurre alla fede cristiana e alla fiducia in loro stessi, gente impregnata di credenze e pratiche superstiziose; ma padre Agostino di carattere umile e semplice, si rimboccò le maniche e si pose al loro servizio con carità, privilegiando i più poveri e deboli.
Già alle quattro del mattino, dopo la celebrazione della Messa nella sua parrocchia di S. Agostino, accompagnato da un catechista, andava a visitare le loro capanne, anche oltre il territorio della sua parrocchia, chiamandoli ‘figli miei’, ascoltava, confortava, cercava di riappacificarli nelle discordie e curava i numerosi malati.
Non sempre era accolto con gioia, dato i pregiudizi; a volte si nascondevano per non farsi trovare, ma padre Agostino non desisteva dalla sua missione, senza scoraggiarsi. Conosceva il nome di ciascuno ed essi gioivano nel sentirsi chiamare per nome, grande amico dei bambini, amava molto stare in loro compagnia; la sua bassa statura gli permetteva di entrare e uscire dalle loro misere capanne senza difficoltà.
Trovava la forza di affrontare questi numerosi e faticosi spostamenti, nella preghiera, infatti pregava continuamente anche durante i suoi spostamenti da un villaggio all’altro. Il suo perseverare discreto e rispettoso delle loro credenze, diede comunque i suoi frutti, vincendo la loro diffidenza e poté battezzare personalmente quasi seimila persone.
La sua lunga opera missionaria, in un periodo di grande povertà per quell’immenso Paese, precorritrice di altre opere e di altre figure missionarie, gli meritò il nome di “Apostolo degli Intoccabili”, Kunjachan visse fino agli 82 anni, dopo 52 anni di sacerdozio e di vita missionaria come prete diocesano; morì il 16 ottobre 1973; fu sepolto nella sua chiesa parrocchiale di Ramapuran, davanti all’altare di S. Agostino, diventando meta di pellegrinaggi.
E' stato beatificato il 30 aprile 2006.

Autore: Antonio Borrelli





Non sempre l’essere piccoli di statura rappresenta un grosso handicap: lo potrebbe testimoniare don Agostino Thevarparampil, che tutti chiamavano “kunjachan”, cioè piccolo prete, ma che proprio grazie alla sua statura bassa non faticava per niente ad entrare nelle basse capanne dei suoi parrocchiani, e quando giocava con i bambini si sentiva perfettamente alla loro altezza. Nasce in India, in una famiglia cristiana, il 1° aprile 1891 e viene ordinato sacerdote a 30 anni, il che fa pensare ad una vocazione tardiva oppure a qualche difficoltà nello studio. Perché lui è un po’ il Curato d’Ars dell’India: non eccessivamente colto, semplice, umile, ma dal cuore talmente grande da affascinare chiunque. Per 47 anni è soltanto un “curato di campagna” e almeno 40 di questi sono dedicati interamente ai poveri del villaggio, gli “intoccabili”, i “paria”, quanti cioè non appartengono a nessuna casta. E pensare che è piuttosto malaticcio e mai nessuno avrebbe scommesso su una simile resistenza fisica ed una tale costanza. Scopre gli “inavvicinabili” per caso, durante una lunga convalescenza, due anni dopo l’ordinazione e ad essi dedica tutto il suo ministero, combattendo contro l’ignoranza, i pregiudizi, l’analfabetismo. E anche contro le dure critiche dei cristiani “per bene”, che non riescono a capire che cosa spinga quel povero prete verso quei disgraziati. La sua giornata inizia invariabilmente alle quattro del mattino, dopo la messa celebrata in parrocchia nel cuore della notte. Accompagnato soltanto da un catechista, va a cercare i suoi “paria” ad uno ad uno, capanna per capanna, mentre questi ancora tentano di sfuggirgli, pieni anch’essi di pregiudizi e di superstizioni, schiacciati da una discriminazione che li ha spinti ai margini della società. Per vincere la diffidenza e farsi aprire la porta e il cuore li chiama ciascuno per nome e l’effetto è quasi immediato su quella povera gente, abituata a non essere neppure nominata. Insieme all’annuncio del vangelo porta un messaggio di speranza e di emancipazione. Tiene un diario spirituale, in cui annota informazioni dettagliate su questi suoi parrocchiani “speciali”, con l’indicazione di nascite, matrimoni, decessi: una specie di anagrafe di cui i paria per la società non avrebbero avuto diritto. Se don Agostino, come si calcola, ha avvicinato a Dio e alla Chiesa più di cinquemila persone, ben più numerosi sono i “paria”, oggi chiamati “Dalit”, ad aver ricevuto da lui una spinta ad uscire dalla schiavitù in cui erano stati confinati dalle classi sociali più elevate. Perché sulla strada tracciata da don Agostino si sono incamminati altri tra cui, più famosa di tutti, Madre Teresa di Calcutta. Per lui, però, nessun riconoscimento, nessun particolare onore. Quando muore a 82 anni, il 16 ottobre 1973, sfiancato dal suo pellegrinare porta a porta e dalle lunghe ore in confessionale, è conosciuto nel raggio di qualche chilometro. Oggi invece alla sua tomba si accorre da tutta l’India, il suo villaggio si è trasformato in un centro fiorente e prosperoso e 60 mila persone hanno assistito alla sua beatificazione, celebrata lo scorso 30 aprile proprio nella sua parrocchia.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2004-03-10

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