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Beato Simeone Maria Cardon Sacerdote cistercense, martire

14 maggio

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Cambrai, Francia, data ignota Casamari, Frosinone, 14 maggio 1799

Siméon Cardon acque a Cambrai, in Francia. Il 4 agosto 1782 emise la professione religiosa presso il monastero benedettino della Congregazione di San Mauro di Saint-Faron de Meaux, col nome di padre Simeone Maria. Durante la Rivoluzione fuggì dalla Francia e raggiunse rocambolescamente l’Italia nel 1795. Si rifugiò nell’abbazia di Casamari, dove vestì l’abito cistercense ed emise la professione di stabilità. Fu nominato quindi economo e, successivamente, priore claustrale. Alla fuga dell’abate padre Romualdo Pirelli, dovuta ai rivolgimenti politici e alle notizie di saccheggi da parte dell’esercito francese in rotta da Napoli, divenne responsabile della comunità monastica. Il 13 maggio 1799 venti soldati irruppero nell’abbazia e si diedero al saccheggio. Padre Simeone Maria, che pure li aveva sfamati, fu gravemente ferito; morì verso le sette del mattino seguente. Altri quattro monaci dell’abbazia di Casamari vennero uccisi durante quella stessa notte, mentre un altro, fra Zosimo Maria, che si era nascosto, morì tre giorni dopo l’assalto, il 16, a causa delle ferite riportate. Furono beatificati il 17 aprile 2021, sotto il pontificato di papa Francesco, nella chiesa dell’abbazia di Casamari, dove dal 1951 sono venerate le loro spoglie mortali. La loro memoria liturgica cade invece il 16 maggio, giorno della nascita al Cielo di fra Zosimo.



In fuga dalla Francia rivoluzionaria
Siméon Cardon nacque a Cambrai, in Francia. Il 4 agosto 1782 emise la professione religiosa presso il monastero benedettino della Congregazione di San Mauro di Saint-Faron de Meaux, assumendo il nome di padre Simeone Maria.
Poiché si era opposto alla Costituzione Civile del Clero, che obbligava i sacerdoti a prestare giuramento sulla nuova Costituzione della Francia rivoluzionaria, fuggì dal suo Paese. Nel 1795 raggiunse l’abbazia cistercense di Casamari presso Frosinone, in Italia. Lì rinnovò la professione dei voti il 5 maggio 1797.
Emise quindi il voto di stabilità, ossia di restare legato a quella specifica comunità monastica. Per bontà ed esemplarità di vita fu nominato economo e successivamente priore claustrale.
Era particolarmente incline alla carità verso i malati, come dimostra la sua attenzione verso un soldato francese, Maturin Pitri, ricoverato all’ospedale “La Passione” di Veroli per una malattia polmonare. Accolse la sua confessione e la sua promessa che, se fosse guarito, avrebbe vestito l’abito cistercense: di fatto, poco dopo la guarigione, venne accolto come oblato.

Il saccheggio dell’abbazia di Casamari
Le notizie dei saccheggi e delle violenze portate avanti da un drappello dell’esercito francese, in rotta da Napoli dopo la fine dell’esperienza della Repubblica Partenopea, arrivarono anche a Casamari. L’abate, padre Romualdo Pirelli, fuggì a Palermo; la responsabilità della comunità, quindi, passò a padre Simeone.
Alle otto di sera del 13 maggio 1799, mentre la comunità si accingeva al canto della Compieta, che precedeva il grande silenzio della notte del monastero, un gruppo di una ventina di soldati francesi sbandati irruppe all’interno dell’abbazia. Padre Simeone li accolse e distribuì loro cibo e bevande. Tuttavia, non appena si furono rifocillati, partirono alla ricerca di oggetti preziosi, anche commettendo veri e propri sacrilegi.
Padre Simeone, davanti alla loro furia distruttiva, dapprima si nascose nell’orto. Rientrato in sé, ritornò nella sua cella: lì, però, fu assalito dai soldati, che reclamavano i tesori del monastero. Cercò di parare i colpi di sciabola, ma venne gravemente ferito.

I suoi ultimi istanti nelle memorie del generale che lo soccorse
Riuscì a tornare nella sua cella, dove venne raggiunto dal generale Thiebault, che guidava la retroguardia delle truppe francesi. Nelle sue memorie, il militare raccontò di essersi avvicinato a lui dicendo: «Non abbiate paura!». «Io non ho d’aver paura!», rispose: il tono della voce era fermo, anche se si sentiva appena. Il priore mostrò quindi il suo abito bagnato di sangue e, allo stesso tempo, fece segno che non avrebbe accusato nessuno.
Thiebault, insieme al chirurgo, cercò di soccorrerlo, ma padre Simeone lo fermò e, alzando la voce per quel che poteva, disse: «Quando presi quest’abito ho rinunziato all’aiuto degli uomini. Sottomesso a Dio solo, non farò nulla per abbreviare la mia vita né per prolungarla». Aggiunse poi: «Io perdono a coloro che mi hanno causato questa notte di espiazione». Il generale era ormai in lacrime. Il monaco se ne accorse e lo consolò, stringendogli la mano con la propria, già fredda: «Figli miei, questo è niente».

La morte del priore e di altri cinque monaci
Per tutta la notte padre Simeone fu spesso visitato dal chirurgo, ma chiese a più riprese di essere lasciato solo. Ormai in punto di morte, fece dei piccoli regali a quanti gli stavano accanto. Spirò verso le sette del mattino del 14 maggio 1799. Su di lui furono trovate cinque ferite: due colpi di baionetta nel corpo, un colpo di sciabola sulla testa, uno sul braccio destro e uno alla gamba sinistra.
Altri quattro monaci dell’abbazia di Casamari vennero uccisi durante la notte del 13 maggio: padre Domenico Maria Zawrel, fra Albertino Maria Maisonade, fra Modesto Maria Burgen e fra Maturino Maria Pitri. Un altro, fra Zosimo Maria Brambat, si era nascosto; morì tre giorni dopo, a causa delle ferite riportate, mentre cercava di andare nel vicino paese di Boville Ernica per ricevere l’Unzione degli Infermi.

Fama di santità e di martirio
I corpi dei sei monaci, da subito considerati martiri, furono sepolti nel cimitero monastico dai confratelli, ritornati dopo il gran pericolo, in modo da essere facilmente riconosciuti. Nel 1859 furono traslati nella chiesa abbaziale, precisamente nella navata sinistra. Nel 1951 le spoglie vennero collocate nella parte opposta, ossia nella navata destra.
La loro fama di santità e di martirio non venne meno nel corso dei secoli. Subito dopo l’accaduto, i fedeli della zona avevano cominciato a venire a pregare sulle loro tombe e a domandare grazie per loro intercessione. Venne anche realizzata una serie di dipinti che illustra alcune fasi del loro martirio, opera di Mario Barberis, custodita nel Museo dell’Abbazia.

La fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione
Il 27 giugno 2013 il postulatore generale dell’Ordine Cistercense, padre Pierdomenico Volpi, chiese a monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, d’introdurre la loro causa di beatificazione e canonizzazione, per verificarne l’effettivo martirio in odio alla fede.
Il vescovo, chiesto il parere della Conferenza Episcopale Laziale ed avuto parere positivo, il 6 dicembre 2014 diede inizio al processo diocesano, concluso il 25 febbraio 2016, dopo dodici sessioni; il nulla osta dalla Santa Sede era stato emesso nel 2015. Gli atti del processo diocesano vennero inviati alla Congregazione delle Cause dei Santi, ottenendo il decreto di convalida.

Il riconoscimento del martirio e la beatificazione
La “Positio super martyrio” venne consegnata nel 2018. I Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, seguiti dai cardinali e dai vescovi membri della stessa Congregazione, si pronunciarono a favore del martirio dei monaci.
Il 26 maggio 2020, ricevendo in udienza il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto sul martirio di padre Simeone e compagni.
La loro beatificazione venne celebrata il 17 aprile 2021 nella chiesa dell’abbazia di Casamari, col rito presieduto dal cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre. La loro memoria liturgica cade invece il 16 maggio, giorno della nascita al Cielo di fra Zosimo.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2021-04-11

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