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Giulio II Papa

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m. 1513

(Papa dal 26/11/1503 al 21/02/1513)
Nato ad Albissola, in provincia di Savona, per tutto il suo mandato difese ed esaltò l'autorità pontificia. Grande mecenate, si circondò dei più grandi artisti dell'epoca, da Michelangelo a Raffaello.



Il Papa guerriero: con questo appellativo Giulio II viene ricordato dalla storiografia, e così è rimasto impresso nell’immaginario collettivo; ma all’imponente figura di Giuliano Della Rovere – questo il nome al secolo – ben si addice anche il soprannome di Papa delle arti. Uno dei pontefici più noti del Rinascimento, la sua vastissima eredità artistico-culturale è oggi sotto gli occhi di tutti coloro che passeggiano per le strade di Roma e si prendono del tempo per visitare le meraviglie conservate in Vaticano.
Savonese, educato dai Francescani, venne nominato cardinale nel 1471 da Sisto IV e, favorito dalle sue doti diplomatiche ottenne numerosi vescovati tra cui Avignone, Bologna e Vercelli. Legato pontificio in Francia, accrebbe il proprio prestigio all’interno del Sacro Collegio ed arrivò a scontrarsi con il potente cardinal Rodrigo Borgia, la cui elezione a Sommo pontefice nel 1492 lo costrinse a fuggire da Roma e cercare riparo in Francia.
Dotato di grande coraggio e forza d’animo, era però consapevole dell’importanza di conservare l’unità della Chiesa: per questo non assunse mai posizioni scismatiche, ma cercò di ricomporre lo scontro per poi vivere perlopiù ritirato nella sua sede di Ostia e Velletri, monitorando l’operato di Alessandro VI, cui nel 1503 fu chiamato a succedere dopo il breve regno di Pio III.
La sua energica azione fu da subito bidirezionale: sotto l’aspetto temporale, legò a sé la nobiltà romana e consolidò il dominio dello Stato Pontificio, riconquistando Perugia e Bologna e costringendo a fare atto di sottomissione alla sua autorità le principali città italiane. Dal lato spirituale, convocò nel 1511 il Quinto Concilio lateranense per riformare la Chiesa dall’interno, ma dopo l’inizio dei lavori e l’emissione della bolla Cum Tam Divino, contro le elezioni papali macchiate di simonia, morì il 21 febbraio 1513.
Ad entrambi gli scopi fu rivolto il suo proposito di abbellire Roma per restituirle la grandezza passata. Il progetto di Giulio II coinvolse tutte le discipline artistiche ed architettoniche, a partire dall’urbanistica: commissionò al celebre Donato Bramante la riqualificazione del centro di Roma, aprendo l’ormai storica Via Giulia, e ridisegnò l’assetto stradale. Inoltre, incaricò il Bramante di sistemare il Cortile del Belvedere per potervi collocare la sua collezione personale di statue antiche che comprendeva l’Apollo Pitico ed il gruppo del Laocoonte, ritrovato proprio nel 1506.
Nel mentre, Bramante gli consigliò di servirsi della mano di Raffaello Sanzio, anch’egli marchigiano, per affrescare i suoi appartamenti privati oggi noti come “Stanze Vaticane”. Come testimonia il vescovo Paride Grassi, cerimoniere pontificio, Giulio II “non voleva vedere ogni istante la figura del suo predecessore Alessandro” dipinta sui soffitti dell’appartamento del Borgia, e dunque si trasferì ai piani superiori del palazzo apostolico, che fece completamente restaurare.
A lui il papa affidò la decorazione della Stanza della Segnatura, sala del supremo tribunale della Santa Sede, con figure allegoriche dei saperi e delle arti: con questa decisione, Giulio II consegnò alla storia alcune delle opere più pregevoli mai realizzate, tra cui la Scuola di Atene ed il Parnaso. Il delicato tratto di Raffaello fu impiegato anche nella Stanza dell’Udienza, in cui il pontefice figura orante nella Messa di Bolsena. Insieme a Raffaello lavorarono artisti del calibro del Perugino, che collaborò alla Stanza dell’Incendio, e del Peruzzi, che lavorò ai soffitti.
La scultura beneficiò del suo rapporto con Michelangelo, che il papa chiamò a Roma nel 1505 per realizzare il suo monumento funebre: dopo numerosi progetti e diverse rotture dovute ai caratteri forti ed impetuosi di entrambi, il sepolcro fu ultimato solo nel 1545 ed ospita la statua del Mosé, capolavoro indiscusso del genio toscano. Giulio II consacrò alla storia Michelangelo affidandogli il compito di affrescare la volta della Cappella Sistina, costruita dallo zio Sisto IV. Un’opera immensa, che fu portata a termine in quattro anni con le raffigurazioni di Storie della Genesi, delle Sibille e dei Profeti, testimonianza di “cosa un uomo solo sia in grado di ottenere”, come scrisse Goethe visitando Roma.
Ma fu nell’architettura che Giulio II superò sé stesso in ambizione: nel 1506 incaricò il Bramante di presentare un progetto di ricostruzione della Basilica Vaticana; procedette poi alla demolizione dell’antichissima e veneranda basilica risalente ai tempi dell’imperatore Costantino e diede l’avvio ad un monumentale cantiere, che si protrasse per oltre un secolo, vedendo nascere l’odierna San Pietro in Vaticano.

Autore: Lorenzo Benedetti

Fonte: Corrispondenza Romana

 


 

Giuliano della Rovere nacque ad Albissola (Savona) nel 1445. Nipote di Sisto IV, studiò dai francescani di Perugia ed ebbe poi dallo zio papa il vescovado di Avignone e di altre sette sedi tra cui Velletri e Carpentras, per poi essere da lui creato cardinale con il titolo di S. Pietro in Vincoli (1471). Ebbe una vita politica molto intensa e parteggiò apertamente per la Francia contro Alessandro VI (sotto il cui scandaloso pontificato fu per 10 anni esule da Roma), dimostrando in ogni occasione un’enorme forza di volontà. Intervenne in vari conclavi finché il 31 ottobre 1503 fu unanimemente chiamato a succedere al brevissimo pontificato di Pio III.
Papa di grande tempra, ebbe i difetti e le virtù dei grandi principi del tempo: audace, ambizioso, collerico e pieno d’azione ma mai lussurioso o meschino. La sua impulsività di carattere gli impedì di essere un grande politico e diplomatico, lontano com’era da ogni tipo di compromesso.
Della sua attività politica ricordiamo innanzitutto il tentativo di restaurare la potestà temporale di Roma attraverso una reale unità territoriale dello Stato della Chiesa tra tante signorie deboli e pericolanti. La fuga da Castel S. Angelo e poi la morte in battaglia di Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI, facilitò il suo disegno. Riconquistò, dopo infinite lotte e imprese belliche da lui personalmente capitanate sul campo, terre del patrimonio ecclesiastico, da Bologna a Perugia. Per recuperare da Venezia anche le città della Romagna, entrò nella Lega di Cambrai, formata da Francia, Spagna e Germania contro la Serenissima (lega che il Balbo definì “brutta” perché contro una repubblica da sempre paladina della cristianità anziché contro i turchi).
Avute le sue città (tolte ai Borgia), abbandonò la Lega, si pacificò con i veneziani e poi, senza tanti scrupoli, si alleò con loro rivoltandosi contro gli alleati di ieri: aveva capito che le potenze europee volevano ridurre Venezia alle sue lagune per timore della sua forza e per bassa cupidigia. Lanciò allora il famoso grido: “Fuori i barbari!”. I barbari erano soprattutto i francesi che non perdonarono mai più a Giulio II quel suo atteggiamento. Così la guerra divampò furiosamente: il papa credeva veramente nella libertà della Penisola e sollevò Napoli, Venezia e Genova, facendo voto di lasciarsi crescere la barba finché i francesi non avessero lasciato l’Italia e scomunicando chiunque si fosse alleato con il nemico. A Mirandola (Modena), dopo un estenuante assedio, salì alla testa di tutti su una scala ed entrò per una breccia nel castello riconquistato. I suoi oppositori minacciarono uno scisma e molti vescovi francofili vi aderirono; a Bologna la sua statua, opera di Michelangelo, fu abbattuta; febbricitante e profondamente addolorato, Giulio II si fece trasportare a Roma in lettiga dopo aver visto svanire il suo progetto ed essersi vista notificare una citazione per comparire a Pisa dove era previsto un miniconcilio deciso a punire il pontefice e a riformare la Chiesa.
Rimessosi in forze, Giulio II oppose a sua volta un suo concilio, il 16° Ecumenico e il 5° Lateranense (1511) al quale intervennero un centinaio di religiosi ma non i grandi prelati. L’esercito della Lega subì poi una tremenda sconfitta a Ravenna (1512) ad opera di Gaston de Foix, nipote del re francese, il quale però fu ucciso la sera stessa determinando la fine delle fortune transalpine in Italia: gli Sforza rientrarono a Milano, i Medici a Firenze e il conciliabolo di Pisa non lasciò più tracce.
Giulio II, provato da tante battaglie e preoccupazioni, si era ammalato nel fisico ma non nell’animo e realizzò tante altre opere: iniziò la costituzione di vescovadi nelle Americhe, appena scoperte, promuovendo le missioni oltreoceano; ridusse la procedura dell’Inquisizione italiana, mitigandone le pene e impedì l’ingresso a Napoli di quella spagnola, terribile e impietosa; curò le riforme degli ordini religiosi, correggendone la diffusa rilassatezza e riordinò quello francescano riportandolo alla primitiva divisione in Minori e Conventuali; con decreto condannò duramente la simonia (14 gennaio 1505); riformò la pubblica amministrazione, fece rifiorire il commercio e diede alla circolazione monetaria una solida base facendo coniare una moneta d’argento che da lui prese il nome di “giulio” ( sotto Paolo III Farnese divenne “paolo”).
I giudizi di storici e scrittori su di lui sono discordanti: Guicciardini lo apostrofa come “il papa meno sacerdotale e più profano”; il Pastor lo loda per aver assunto con energia la missione di “salvare il Papato”; alcuni teologi gli rimproverano di non aver iniziato la riforma proprio nel periodo in cui Martin Lutero venne a Roma, sconosciuto ai più. Ma tra tanta diversità di vedute su una cosa tutti concordano: nel riconoscere il suo splendido, illuminato mecenatismo che garantì la fama immortale ad artisti quali Bramante, Michelangelo e Raffaello. Al primo Giulio II affidò la realizzazione del Belvedere, del cortile di S. Damaso ma, soprattutto, la progettazione della nuova Basilica Vaticana, l’impresa architettonica più grandiosa del mondo moderno. Raffaello affrescò invece le “stanze della segnatura” mentre in Michelangelo il papa trovò quel genio assoluto che seppe tradurre in realtà i suoi grandiosi progetti.
Giulio II morì con pietà edificante il 21 febbraio 1513, circondato da cardinali e vescovi, chiedendo loro in solenne latino di perdonargli i peccati. I suoi funerali registrarono un’impressionante partecipazione di gente. E' sepolto in S. Pietro.


Autore:
Enrico Santa Crociata

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Aggiunto/modificato il 2016-06-17

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