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Benedetto XIV (Prospero Lambertini) Papa

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Bologna, 31 maggio 1675 – Roma, 3 maggio 1758

(Papa dal 21/08/1740 al 03/05/1758)
Bolognese, fu eletto dopo 254 scrutini. Mite, tollerante, nemico delle superstizioni, colto e spesso ameno nei modi di conversare, cercò di restare in pace con tutti e fu benevolo verso i giansenisti. Tenne corrispondenza con Caterina di Russia e con lo stesso Voltaire; fu stimato anche dai protestanti specie da quelli d'inghilterra.


Quando il 19 febbraio 1740, iniziò il lungo conclave che seguì alla morte di papa Clemente XII, il cardinale Prospero Lambertini, arcivescovo di Bologna, a qualche cardinale che gli chiedeva un parere sul nuovo pontefice da eleggere, rispose con la sua solita ironia e giovialità, ma con grande umiltà: “Volete un santo? eleggete Gotti; volete un politico? eleggete Aldobrandini; volete un asino? eleggete me”.
Ma in realtà egli fu considerato, con il nome di Benedetto XIV, il papa più importante dell’intero secolo XVIII, il ‘secolo dei Lumi’; seppe restituire prestigio al papato, dopo una serie di pontificati poco felici, ed è apprezzato come uno dei migliori e più saggi successori di s. Pietro.
Prospero Lambertini era nato a Bologna il 31 maggio 1675, allievo a Roma dei Padri Somaschi, aveva poi studiato teologia e diritto. Divenuto chierico, si era imposto come avvocato concistoriale, facendo tirocinio nello studio del giudice di Sacra Rota, mons. Alessandro Caprara.
Eccellente per ingegno e applicazione nello studio, percorse una rapida e brillante carriera ecclesiastica, grazie alla sua profonda preparazione culturale e alla sua proverbiale giovialità.
Papa Clemente XI lo nominò canonico di S. Pietro e arrivarono poi altri incarichi; consultore del Sant’Uffizio associato alla Congregazione dei Riti, rettore dell’Università della Sapienza.
A coronamento di questa prima intensa attività al servizio della Santa Sede, papa Benedetto XIII lo consacrò nel 1727 vescovo di Ancona e l’anno successivo gli diede la porpora cardinalizia. Papa Clemente XII gli affidò nel 1731 l’archidiocesi di Bologna, la seconda città per grandezza dello Stato Pontificio.
Nella sua natia Bologna, il cardinale Prospero Lambertini, seppe essere uomo pio e zelante, pur essendo un abile prelato della Curia Romana, volle a tutti i costi inserire la semplicità nel suo fecondo apostolato, non era un bigotto, combatté certe teatralità nelle funzioni religiose, proibendole in un susseguirsi di notificazioni.
Era un pastore che si muoveva nella sua vasta diocesi, s’informava delle condizioni della povera gente, emanò ordinanze per alleviarne le pene; istituì una commissione di ecclesiastici, perché facesse opera di misericordia visitando e consolando gli ammalati, specie i più poveri.
Nel suo quasi decennale episcopato bolognese, si adoperò in ogni modo per elevare il livello spirituale del popolo, ma quello che maggiormente lo rendeva popolare era il suo parlare senza peli sulla lingua, dicendo pane al pane e vino al vino, usando spesso il dialetto locale; sapeva farsi obbedire, arrivando a sfogate improvvise ma sincere, a volte sfociando in qualche parola pesante. Molti studiosi lo hanno definito “un cardinale Roncalli (Giovanni XXIII) del Settecento”.
La sua personalità, ispirò la più celebre opera di Alfredo Testoni, che nel 1905 scrisse la commedia in cinque atti “Il Cardinal Lambertini”, imperniata sulla sua figura, ricca di umanità e giovialità popolaresca; la commedia è vivace per la mescolanza di lingua e dialetto.
Il conclave che lo elesse 247° papa il 17 agosto 1740, fu uno dei più lunghi della storia del papato, durò sei mesi essendo iniziato il 19 febbraio; a quel tempo le Nazioni cattoliche europee, avevano forte voce in conclave, influenzando con le loro pressioni l’elezione del papa, che si desiderava fosse simpatizzante dei singoli Stati, oppure dei blocchi che alternativamente si formavano e si disfacevano, senza trovare un accordo che alla fine rispecchiasse le esigenze politiche dei loro governi.
Partecipavano a questo scontro, attraverso i loro cardinali portavoce, più o meno ufficiali, i Francesi, i Borboni di Napoli, gli Austriaci, i ducati della Toscana; durante i sei mesi di conclave morirono ben quattro cardinali, alla fine per stanchezza o per disperazione, al 255° scrutinio il suo nome, accantonato per mesi, ottenne i voti necessari per l’elezione e il cardinale Lambertini di 65 anni, divenne papa Benedetto XIV.
Durante i suoi diciotto anni di pontificato, papa Lambertini si orientò ad apprezzare i bisogni dell’epoca e a stimare i tentativi che si adoperavano per rinnovare i rapporti tra Chiesa e società.
Egli prevedeva i cambiamenti imminenti e parlava apertamente del dovere che incombe alla Chiesa, d’impegnarsi per adattarsi ad essi.
Senza incertezze mostrò di saper distinguere tra sovranità spirituale e sovranità temporale, e affermò senza sosta che la prima deve prevalere; alcuni grandi personaggi della Curia Romana, presero a sospettarlo di voler liquidare in gran parte il potere temporale della Chiesa Romana e criticando sussurravano: “magnus in folio, sed parves in solio”, grande sulla carta, scarso in governo.
In un’epoca quanto mai difficile per la Chiesa, a papa Benedetto XIV non sfuggiva il fatto che con l’assolutismo dei sovrani, si affermava sempre più il principio della religione di Stato, mentre con il diffondersi dell’Illuminismo, il cristianesimo stesso rischiava una crisi di esistenza, in un mondo sempre più laico.
Unico mezzo per salvarsi era astenersi dalla politica di ostilità e affidarsi invece alla tolleranza, in uno spirito di conciliazione universale; questa politica della pace si denota in alcuni scritti del papa al cardinale francese Guérin de Tencin: “La spada non sta bene in mano a chi, benché indegnamente, è vicario di Gesù Cristo”, ovvero “il papa è, e deve essere disarmato”.
Attuò per questo una politica conciliante nei confronti delle Corti di Sardegna-Piemonte, di Napoli, di Spagna, di Prussia; concludendo vari Concordati non sempre favorevoli; anche nelle nomine di nuovi cardinali, Benedetto XIV si assoggettò il più delle volte, ai desideri dei vari governi, ratificando i loro candidati come cardinali della Corona.
Si astenne da qualunque interferenza, nell’elezione controversa del nuovo imperatore d’Austria Carlo VII, limitandosi al riconoscimento formale dell’elezione.
Grazie a quest’atteggiamento rispettoso e conciliante nei riguardi delle prerogative dei sovrani, sia cattolici che protestanti, egli contribuì efficacemente a migliorare il clima in cui debbono convivere la Chiesa e lo Stato, in una società pluralistica.
La sua guida illuminata suscitava entusiasmi e la sua ottima reputazione, era ampiamente condivisa anche fuori della Chiesa; la ragione principale era la passione che Benedetto XIV riservava alla ricerca scientifica, della quale riconosceva la necessaria libertà; il suo interessamento alle scienze naturali era così autentico, che egli istituì nelle Università Pontificie nuove cattedre di Scienza, con laboratori di fisica e di chimica, fondò Accademie di archeologia, di anatomia, di storia, di storia dell’arte e di storia liturgica; Montesquieu lo definì: “Papa degli scienziati”.
Benedetto XIV intervenne nel campo della legislazione ecclesiastica, con provvedimenti riguardanti il Sacramento della Penitenza, l’usura, i duelli e la Massoneria.
Ridusse il numero delle feste comandate, che allora erano 34 oltre le domeniche, per attuare riforme liturgiche nella Chiesa, ma anche per venire incontro alle richieste dei sovrani illuminati; diede nuove direttive alla Congregazione dell’Indice, prestando così maggiore attenzione per la libertà di opinione, ed eliminandovi molte opere scientifiche; riformò il Breviario.
Sotto il suo pontificato si raggiunse un compromesso sulla secolare questione del patriarcato di Aquileia, che nel 1751 venne abolito e al suo posto furono costituiti gli arcivescovadi di Udine e di Gorizia.
Papa Benedetto permise alla cattolica imperatrice d’Austria Maria Teresa, di tollerare nei suoi Stati i protestanti, pur raccomandandole di cercarne con cristiana dolcezza la conversione; s’impegnò per eliminare dal linguaggio dei predicatori, le tradizionali invettive contro i giudei e i miscredenti.
Il figlio del ministro inglese lord. Walpole, volle erigergli un monumento, a testimonianza della stima degli anglicani per “il migliore dei pontefici”.
Amante delle lettere e delle arti, fece tradurre in italiano le più significative opere della letteratura inglese e francese; riuscì ad arrestare il degrado del Colosseo, usato da tempo come cava per l’estrazione di pietre per costruzioni, nel 1750 fece erigere durante il Giubileo, una grande croce nel mezzo dell’arena, in memoria delle migliaia di martiri lì uccisi; con semplicità e senza onori prescritti, amava durante il Giubileo, mischiarsi alle file dei pellegrini in processione davanti alla Porta Santa, parlando con loro.
Del resto negli anni del suo pontificato, lo si vedeva spesso andare in giro in ogni quartiere della città, specie a Trastevere e intrattenersi amabilmente con la povera gente, si rendeva così conto direttamente delle precarie condizioni in cui viveva il popolo romano; altrettanto faceva con i campagnoli di Castelgandolfo, dove d’estate, solo e con una canna in mano, si godeva il fresco del lago, vicino ad ignari pescatori.
Ciò gli permise di rendersi conto delle necessità del popolo e quindi agire in conseguenza; ridusse lo stipendio agli ufficiali e il soldo alle truppe militari, limitò le spese della Corte pontificia, diminuì la servitù, concesse ai contadini poveri di spigolare in tutti i campi dello Stato Pontificio, contro i proprietari che volevano impedirlo.
Scrittore brillante ed erudito, lasciò numerosi volumi di scritti vari (De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, 1734-1738) e una interessante corrispondenza con il cardinale Pierre Guérin de Tencin.
Fra i suoi meriti, ci fu la diffusione con s. Leonardo della devozione della ‘Via Crucis’, e l’approvazione di due nuove e importanti Congregazioni religiose, i Passionisti di s. Paolo della Croce e i Redentoristi di s. Alfonso Maria de’ Liguori; fu però critico e prudente con i Gesuiti, impegnati con ingerenze politico-commerciali in contrasti con il Portogallo e condannò i “riti cinesi”, considerati superstiziosi, ma tollerati nelle missioni dagli stessi Gesuiti.
A Roma fece costruire la chiesa di S. Marcellino, rinnovò la facciata di S. Maria Maggiore, edificando all’interno il maestoso baldacchino sull’altare papale; ingrandì gli ospedali di Santo Spirito e San Gallicano; continuò la serie dei ritratti papali nella Basilica di San Paolo fuori le Mura.
Il suo illuminato pontificato, intessuto di comprensione e rispetto per tutti gli uomini, qualunque fosse il loro pensiero o fede religiosa, non fu sempre compreso ed apprezzato da molti ecclesiastici contemporanei, che non erano maturi per gli avvenimenti, che nel secolo successivo, avrebbero scosso dalle fondamenta millenarie lo Stato Pontificio e il potere temporale dei papi; cosa che con chiaroveggenza papa Benedetto XIV aveva intuito e cercato di anticipare, almeno nel pensiero della Chiesa del tempo.
Poco prima di morire, il 3 maggio 1758 nel Palazzo del Quirinale, coscientemente pronunciò il suo pensiero: ”Io ora cado nel silenzio e nella dimenticanza, l’unico posto che mi spetta”.
I 64 cardinali che aveva nominato lungo il suo pontificato, gli eressero in San Pietro un solenne monumento funebre, in posa teatrale e abiti svolazzanti, che non si addice certamente alla sua figura, che fu sempre semplice, pur nell’apostolica grandezza.
Pasquino, di solito critico e feroce con i papi dell’epoca, lo esaltò filosoficamente:
“Ecco il papa che a Roma si conviene.
Di fede ne possiede quanto basta,
manda avanti gli affari della casta
e sa pigliare il mondo come viene.”


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2006-07-28

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