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> Home > Sezione (Sezione Papi) > Clemente XIII (Carlo Rezzonico) Condividi su Facebook Twitter

Clemente XIII (Carlo Rezzonico) Papa

.

m. 1769

(Papa dal 16/07/1758 al 02/02/1769)
Veneziano, durante il suo pontificato e nonostante i suoi interventi a loro difesa, i Gesuiti furono espulsi dal Portogallo e dalle sue colonie. L'esempio del Portogallo fu presto seguito dalla Francia. Nel giro di pochi anni Spagna, il regno di Napoli e il Ducato di Parma e Piacenza emanarono analoghi decreti di espulsione. Clemente XIII dovette far fronte a una terribile carestia.


Carlo Rezzonico, che divenne Papa Clemente XIII il 6 luglio 1758, duecentocinquant'anni fa, era nato in una delle più ricche famiglie veneziane. Ca' Rezzonico, il sontuoso palazzo sul Canal Grande, oggi museo, era casa sua. La famiglia veniva dalla Lombardia e si trasferì a Venezia nel 1638, operando nel mondo della finanza internazionale. Cinquant'anni dopo, nel 1687, entrò nel patriziato sborsando la cifra stratosferica di 100.000 ducati. Il futuro Pontefice nacque poco dopo, nel 1693. Suo padre, come ha accertato negli archivi veneziani Giuseppe Gullino, che sarà fra i relatori del convegno storico previsto a Padova il prossimo 12 novembre, aumentò vertiginosamente il proprio patrimonio nei primi decenni del nuovo secolo: possedeva circa 5000 ettari di terreni nel trevigiano (2.789 campi), otto ville e una cinquantina di case fra Padova e Venezia. A ciò si aggiungevano cospicui interessi nel settore antiquario e nel mercato delle opere d'arte, con relazioni estese in tutta l'Europa. Fu lui ad acquistare Ca' Rezzonico, soffiandola ai Manin, la famiglia dalla quale verrà l'ultimo doge di Venezia.
Un destino quasi segnato, insomma, quello del futuro Pontefice, che studiò a Bologna nel collegio dei gesuiti e poi all'università di Padova, dove conseguì la laurea in utroque iure nel 1713. Completò la preparazione a Roma all'Accademia dei Nobili Ecclesiastici diventando successivamente governatore a Rieti a Fano. A trent'anni tornò a Roma, lavorando alla Consulta e alla Sacra Rota. Cardinale nel 1737, grazie alle pressioni e al denaro della famiglia, occupò incarichi sempre più elevati nella Curia romana. Cinque anni dopo divenne vescovo di Padova, funzione che mantenne per sedici anni. In una delle diocesi italiane più importanti (oltre trecento parrocchie, molti monasteri e conventi, una celebre università e un seminario insigne) diede prova di non essere soltanto un capace funzionario e un esperto uomo di mondo ma anche pastore accorto, dotato di una solida struttura morale. Benedetto xiv, alla cui elezione Rezzonico aveva contribuito nel conclave del 1740, ne diede un giudizio più che lusinghiero, che era anche un pronostico sul suo futuro: "È assolutamente il prelato più degno che abbiamo in Italia. Vive con i suoi beni patrimoniali; le rendite ecclesiastiche unicamente si spendono in beneficio de' poveri e della Chiesa" (Le lettere di Benedetto xiv al cardinale De Tencin, Roma, 1955-1965, I, 355).
Gli storici sono giunti alle stesse conclusioni. Anna Burlini Calapaj, che ha studiato il suo episcopato, conferma che fu un vescovo irreprensibile, zelante, non preoccupato che del bene della sua diocesi (Diocesi di Padova, Padova, 1966, 281-285). Compì una minuziosa visita pastorale, visitando parrocchie lontane, che non vedevano il vescovo da mezzo secolo. Constatò di persona la povertà della popolazione, anche in città (a San Nicolò vi erano seicento anime e quattrocento mendicanti), la moralità precaria del clero, il degrado del territorio, in specie nella zona del Brenta. Le lettere pastorali riflettono la pena e la partecipazione del vescovo alle difficoltà del suo popolo, non senza interessanti annotazioni sui rapporti sociali e i problemi salariali dei lavoratori. La visita pastorale contribuì a rialzare il tono morale sia dei sacerdoti sia dei fedeli. Poi il vescovo fu chiamato a Roma a trattare la questione del patriarcato di Aquileia, che vedeva contrapposte Venezia e Vienna, questione nella quale si mostrò un accorto mediatore, riuscendo a far passare la decisione di sopprimere il patriarcato e creare due vescovati, uno a Udine e l'altro a Gorizia.
Rientrato a Padova nel 1751, dovette occuparsi della ricostruzione del seminario e del completamento della cattedrale. Per quanto concerne il seminario - un imponente complesso edilizio nel cuore della città, già appartenuto ai canonici di san Giorgio in Alga - riprese il progetto di Gian Battista Savio, si avvalse di consulenti dell'università e avviò a soluzione l'annoso problema, nel quale si intrecciavano questioni edilizie, difficoltà economiche e non facili scelte pastorali (cfr Il seminario di Gregorio Barbarigo. Trecento anni di arte, cultura e fede, Padova, 1997). Nel 1754 ebbe poi la soddisfazione di consacrare la cattedrale, i cui lavori si erano protratti per due secoli e avevano ripreso slancio con la sua venuta a Padova. Il proficuo episcopato patavino si concluse proprio quando, avviati a soluzione questi due nodi, egli intendeva affrontare quelli più propriamente spirituali. Forse per questo designò come suo successore Sante Veronese, un uomo già anziano, che dava, però, garanzia di continuità e di perfetta conoscenza della diocesi, essendo stato il suo vicario generale.
Il conclave che si aprì dopo la morte di Benedetto XIV, nel maggio 1758, durò quasi due mesi e si concluse il 6 luglio con l'elezione del Rezzonico, che ebbe trentuno dei quarantaquattro voti disponibili e assunse il nome di Clemente XIII. Egli prendeva il posto del pontefice che oggi la storiografia considera il maggiore del suo secolo e uno dei più grandi dell'età moderna. A Papa Lambertini, uomo di scienza, di cultura, grande giurista, politico raffinato, che aveva tenuto in pugno la Curia e dominato la scena europea per diciannove anni, succedeva un prelato già anziano, che esibiva una famiglia ricca e potente, un'esperienza pastorale positiva ma limitata e scaltrezze politiche tutte da dimostrare. Gli toccò inoltre l'ingrato compito di guidare il papato in uno dei frangenti più drammatici degli ultimi secoli. Resse la Chiesa per un decennio (morirà nel 1769), dovendo gestire l'inarrestabile declino politico della sede romana, l'assalto delle grandi monarchie del continente e della cultura giurisdizionalista, l'aggressione dei lumi e, soprattutto, quasi compendio delle infinite difficoltà in cui versava la Chiesa, l'assedio dell'intera Europa alla Compagnia di Gesù.
Era stato eletto perché lo si pensava duttile e disponibile su questo cruciale problema. E invece stupì tutti irrigidendosi nella difesa della Compagnia e opponendosi con tutte le sue forze alla sua distruzione. Ciò non valse, tuttavia, a salvare i gesuiti, che tra il 1759 e il 1768 furono via via espulsi dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia, dal Regno delle due Sicilie, da Malta e da Parma. La stretta toccò il suo apice nel gennaio del 1769, quando si richiese lo scioglimento canonico di quello che continuava a essere l'ordine più potente e meglio organizzato della cattolicità. Il concistoro che avrebbe dovuto decidere la posizione della Santa Sede, convocato per il 3 febbraio, non poté svolgersi perché la morte, pietosamente e forse provvidenzialmente, colse il Papa proprio il giorno prima, risparmiandogli il dolore di una decisione angosciosa.
Rezzonico non aveva dato prova, durante l'episcopato patavino, di particolari attenzioni per l'arte. Divenuto Clemente XIII ritrovò della sensibilità che gli proveniva dalla tradizione famigliare e operò con grande alacrità in questo campo. Durante il suo pontificato, che vide crescere il mito della classicità e l'afflusso a Roma dei turisti e degli esperti d'arte, Johann J. Winckelmann divenne prefetto alle antichità di Roma, si arricchirono le gallerie romane e presero avvio quelli che poi diventeranno i Musei Vaticani. Arricchì di manoscritti la Biblioteca Vaticana, realizzò il completamento della fontana di Trevi, sulla quale campeggia il suo nome, fu mecenate di Giovan Battista Piranesi, che conobbe in questi anni la sua maggiore fortuna, e di Raphael Mengs, al quale commissionò due ritratti. Alcuni anni dopo la sua morte il nipote Abbondio, che egli aveva largamente beneficato, affiderà ad Antonio Canova la realizzazione del monumento funebre del Pontefice. Oggi le fontane, le statue e le opere d'arte ci richiamano la nobile figura di un Pontefice che non venne mai meno ai suoi doveri e tenne con fermezza il proprio ruolo, ma ci ricordano anche che il futuro della Chiesa, mentre si avvicinavano rapidamente la fine della sua forza politica e del suo sfarzo mondano, stava germinando altrove.


Autore:
Gianpaolo Romanato

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Aggiunto il 2008-07-17

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