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Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa) Papa

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Genova, 21 novembre 1854 - Roma, 22 gennaio 1922

(Papa dal 06/09/1914 al 22/01/1922)
Nato a Genova, quasi tutto il suo pontificato fu rivolto a proclamare la causa della pace e della carità contro la guerra e contro la miseria. Nel campo della disciplina interna della Chiesa, fece molte cose che furono giudicate sagge e opportune: diede sostegno leale all'azione di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, promosse la propagazione della fede Cristiana nei paesi lontani, promulgò il Codice di diritto canonico.



A Genova, il 21 novembre 1854, nasceva da nobile e cattolicissima famiglia, Giacomo Della Chiesa. Suo padre, il marchese Giuseppe, era discendente dei marchesi di Spoleto, del medesimo ceppo di re Berengario II (950-961) e del Papa Callisto II (1119-1124), ed era il promotore delle più generose iniziative religiose e benefiche della città. Sua madre, la marchesa Giovanna, proveniva dalla famiglia Migliorati di Sulmona, da cui era nato il Papa Innocenzo VII (1404-1406).
Bambino intelligente e appassionato, dai suoi genitori ebbe salda educazione cristiana. Negli anni della sua prima fanciullezza, la sua mamma conobbe la biografia del giovanissimo Domenico Savio (1842-1857) scritta e diffusa dal suo padre e maestro Don Bosco, alla cui scuola era cresciuto all’Oratorio di Valdocco a Torino.
Così, Giacomo Della Chiesa, sotto lo sguardo di sua madre, lesse la vita di Domenico Savio scaturita dalla penna di Don Bosco, ne rimase ammirato e si sentì spinto a imitare il piccolo santo.
Avvenne così che il ragazzo delle colline astigiane, l’umile figlio del popolo, qual era Domenico Savio, fece scuola all’illustre figlio dei patrizi genovesi: Giacomo non lo dimenticherà più.

Giorni intensi


Adolescente, Giacomo Della Chiesa intraprese gli studi classici. Quindi, chiamato da Dio, entrò nel Seminario di Genova. Nel 1875, si laureò in legge e nello stesso tempo passò all’Almo Collegio Capranica a Roma, per gli studi in teologia.
Conseguito il dottorato, venne ordinato sacerdote a Roma nel 1878. Animato dal desiderio di servire con la sua intelligenza superiore Gesù e la sua Chiesa, cominciò a lavorare in Segreteria di Stato, mentre Papa Leone XIII iniziava il suo pontificato. Nel frattempo, approfondiva i suoi studi.
Nel 1882, accompagnò, come segretario, Mons. Mariano Rampolla, Nunzio Apostolico in Spagna. Cinque anni dopo, Mons. Rampolla, diventato cardinale e Segretario di Stato in Vaticano, volle Mons. Della Chiesa, come suo diretto collaboratore presso l’ufficio degli affari ordinari della Segreteria. In questa veste, nel 1889 e nel 1890, venne mandato a Vienna con incarichi speciali presso l’Imperatore Franz Joseph e presso l’Episcopato, per conto della Santa Sede.
Dio lo preparava ad un’altissima missione.
Diventato sostituto alla Segreteria di Stato nel 1901, continuava a risplendergli dinanzi l’esempio di sacerdoti santi, primi tra tutti i Pontefici da lui conosciuti, Pio IX, Leone XIII e ora, più che mai, Pio X, senza mai dimenticare Don Bosco e il suo piccolo allievo. Ma Giacomo fu soltanto un diplomatico? No, ma anche un sacerdote appassionato di Gesù, desideroso di amarlo e farlo amare, confessore e guida delle anime, interessato ai problemi dell’umile gente, apostolo del Vangelo dove più urgente ne era l’invocazione.
Il 22 dicembre 1907, Pio X lo consacrava Arcivescovo di Bologna. Mite e forte, capace di illuminare le menti e i problemi più gravi con la luce insuperabile di Gesù, capace di amare e di donarsi, uomo di Dio nella preghiera, governava il suo gregge con la forza della Verità e dell’amore. Bologna lo ebbe tra i più illustri pastori sulle orme del Cardinal Prospero Lambertini, (che diverrà poi Benedetto XIV, 1740-1758), dei Cardinali Viale Prelà, Parocchi e Svampa. Così, il 25 maggio 1914 venne creato Cardinale: era per lui l’aurora della missione cui Dio da tutta l’eternità l’aveva chiamato.

Nell’orrore della guerra


Dopo la morte di Pio X, Il Cardinal Giacomo Della Chiesa, il 3 settembre 1914, venne eletto Papa e prese il nome di Benedetto XV.
Soprannominato per la sua statura minuta “il piccoletto”, appena giunto sulla cattedra di Pietro, si rivelò un capo nato. Divampava ormai l’incendio della I guerra mondiale: «Volgendo lo sguardo attorno a noi, affermava nel suo primo messaggio, indicibile è l’orrore e l’amarezza nel contemplare il terribile spettacolo di questa guerra in cui vediamo l’Europa devastata dal ferro e dal fuoco, rosseggiare di sangue».
Mosso dalla carità di Gesù, non ebbe altro progetto che riportare a Lui l’Europa e il mondo e in Lui far ritrovare la pace ai popoli.
«Gesù Cristo, scrisse nella prima enciclica Ad beatissimi, è disceso dal cielo per ripristinare tra gli uomini il Regno della pace rovesciato dall’odio di satana e vi pose come fondamento l’amore fraterno». «La guerra – spiega – viene solo dal rifiuto di Dio e del Figlio suo Gesù, rifiuto operato dall’ateismo e dalle conseguenti ideologie dell’odio e della violenza».
Benedetto XV – scrive G. Della Torre – si trovò ad “essere uno contro tutti, solo contro la forza armata, armato unicamente di amore”. «Vogliono condannarmi al silenzio – commentava il Papa – ma non riusciranno a sigillare le mie labbra. Sono il padre di tutti i miei figli che si trucidano a vicenda. Griderò loro: pace, pace, pace!».
E allora “il piccoletto” si mosse come un ciclone tentando tutte le vie: appello ai popoli e ai governi, discorsi solenni, lettere ai Vescovi e ai diplomatici, ai capi di Stato, proposte onorevoli per tutti. Il suo intervento più famoso è rimasta la Nota, mandata il 1° agosto 1917 alle nazioni in guerra in cui invitata con tutta la sua autorità di Vicario di Cristo, alla pace, diminuendo gli armamenti, proponendo l’arbitrato e non le armi come soluzione alle questioni, la libertà dei mari, il condono delle spese di guerra, lo sgombero dei territori occupati, il regolamento delle rivendicazioni territoriali secondo le aspirazioni dei popoli. Concludeva definendo la guerra in corso “un’inutile strage”.
Tra i suoi collaboratori più illustri ed esemplari in quell’ora delle tenebre, ebbe Mons. Eugenio Pacelli, che il 13 maggio 1917, proprio mentre la Madonna appariva a Fatima ai tre pastorelli, egli consacrava Vescovo per mandarlo Nunzio Apostolico prima a Monaco di Baviera, poi a Berlino. Angelo di pace e vero alter Christus, Mons. Pacelli, in un’ora ancor più tragica, diventerà Papa Pio XII.

Campione di civiltà


Purtroppo i potenti della terra non lo ascoltarono, eccezione fatta del giovane Carlo d’Asburgo, imperatore d’Austria (1887-1922) – oggi beato –, che fece di tutto per realizzare le sue direttive. Inascoltato, Benedetto XV si buttò in un’opera di carità che pare, si disse “più l’opera di un’età che in uomo solo”. Migliaia di prigionieri furono restituiti alla loro patria; i detenuti civili furono liberati, intere popolazioni deportate tornarono alle loro terre; il riposo domenicale fu assicurato ai prigionieri; le popolazioni ebbero notizie dei loro cari lontani. L’Opera dei prigionieri, patrocinata dal Papa in Vaticano, assunse dimensioni gigantesche: 700 mila richieste di informazioni, 40 mila di rimpatrio, 500 mila comunicazioni alle famiglie. Preti, Nunzi Apostolici, Vescovi, a nome del Papa, visitavano i campi di prigionia, intercedevano, confortavano, aiutavano in ogni modo. Il Papa giunse dovunque a commutare condanne, a salvare innocenti, a soccorrere la Polonia, il Belgio, i Balcani, l’Armenia, il Libano, la Siria, l’Oriente.
Alla fine della guerra, tutti lo sentirono ancora padre nell’opera di ricostruzione. I profughi russi trovarono i suoi soccorsi. Accolse l’appello degli Ebrei d’America per preservare gli Ebrei d’Europa. Giunto Lenin al potere nell’ottobre 1917, la Russia continuò a patire la fame ma tra scene orrende di barbarie. Benedetto XV soccorse i Russi affamati. Quindi pensò all’Austria, alla Germania, all’Irlanda, alla lontanissima Cina.
“Più che un eroe della carità, appariva il campione della civiltà e della fraternità umana”. Nessuna richiesta a lui rivolta rimase inascoltata. Molte furono da lui prevenute.
Nella sua azione di carità personale, Benedetto XV aveva impegnato la somma, favolosa per quei tempi, di 82 milioni di lire. Per questo, nel 1920, gli fu eretto a Costantinopoli un monumento con la scritta “Al grande Pontefice benefattore dei popoli”.

Maestro di verità

Ma lui, prima di tutto, sapeva di essere come Vicario di Cristo, il Maestro infallibile della Verità e che non poteva venire meno, per gli orrori della guerra, la sua opera di magistero e di governo che sola assicura alla Chiesa e al mondo la retta via da seguire.
Nel 1917, promulgò il Codice di Diritto canonico, che da Pio X e da lui porta il nome. Con l’enciclica Spiritus Paraclitus (1920), promosse gli studi biblici nella fedeltà alla Tradizione Cattolica. Con la Maximum illud (1919), si adoperò per le missioni cattoliche ad gentes. Riprese le relazioni con la Francia, con la Gran Bretagna, con i popoli dell’Oriente, preparò la Conciliazione tra Santa Sede e Italia, con l’intento di assicurare e di promuovere una più intensa presenza dei cattolici nella società.
Figure stupende salirono per sua volontà alla gloria degli altari: Giovanna d’Arco, Gabriele dell’Addolorata, come patrono della gioventù, Margherita Maria Alacoque, della quale egli stesso scrisse uno stupendo profilo biografico, allegandolo alla Bolla di canonizzazione; Giuseppe Cottolengo e Luisa De Marillac. Altri Santi, come Girolamo, Domenico di Guzman, Francesco d’Assisi, Alfonso de’ Liguori, grazie a lui tornarono in primo piano nella vita della Chiesa, come maestri e modelli di vita per il nostro tempo.
Come unica salvezza dell’umanità, durante e dopo la guerra, Benedetto XV propose ancora una volta Gesù Cristo. E sua Madre, Maria Santissima, teneramente invocata in ogni ora. «Lui, il nato Gesù, proclamò nel Natale del 1919, è la nostra pace. Alla scuola di Lui, il Fanciullo di Betlemme, la società imparerà la via dell’eterna salvezza. Gesù solo sarà la pace della società, se essa si inchinerà con i suoi stessi organismi alla sua sovranità di re e di Signore universale».
Otto anni appena di pontificato per compiere un’opera tanto grande da meritarsi alla fine l’ammirazione anche di quelli che l’avevano deriso e vilipeso. Improvvisamente, il 22 gennaio 1922, a soli 67 anni, andò incontro a Dio. Anche sul trono di Pietro, gli era rimasto il cuore di un fanciullo come quando vicino alla sua mamma, leggeva la vita di Domenico Savio: «La vita cristiana – disse una volta – fiorisce nello spirito rifatto nuovo e semplice da quella infanzia spirituale per cui l’amore è gioia, è come il bisogno di gioia per i bambini».
Il 20 luglio 1914, Mons. Carlo Salotti aveva promesso al Papa Pio X di portargli al più presto una biografia di Domenico Savio che stava scrivendo con dovizia di documentazione storica. Ma un mese dopo, Pio X era già in Paradiso. Terminato di scrivere il libro sul ragazzo santo, l’illustre autore, futuro Cardinale, salì al Vaticano a consegnarlo al nuovo Papa Benedetto XV. Sulla prima pagina scrisse:
“A Voi, Padre santo, torni gradito l’umile omaggio di questo libro scritto per i giovani e Vi ricordi gli anni della vostra infanzia, quando sotto lo sguardo caro di Vostra Madre, leggevate ammirando le sante gesta dell’angelico giovinetto Domenico Savio, consecrate in pagine d’oro dalla penna verace del venerabile Don Bosco”.
Benedetto XV lesse e sorrise felice.

Autore: Paolo Risso

 


 

Come è vero il detto: “L’apparenza inganna” e tantissime volte nella storia, personaggi che si credevano insignificanti, deboli, non all’altezza, si sono poi rivelati inaspettatamente grandi strateghi, ottimi politici e degni di ammirazione.
Così fu per papa Benedetto XV, il cardinale Giacomo Della Chiesa, che era un mingherlino e in Curia veniva chiamato “il piccoletto”, con una scoliosi molto pronunciata e un volto emaciato e pallido; anche il sarto, incaricato di adattare una delle tre taglie disponibili del primo abito bianco papale, ebbe difficoltà a restringere con vari spilli la taglia più piccola, onde permettergli di presentarsi alla cerimonia della prima benedizione; probabilmente fra i suoi elettori ci fu chi pensò che sarebbe durato poco, in un pontificato senza importanza e di passaggio.
Ma a dispetto della sua precaria prestanza fisica, egli rivelò sicurezza, fermezza, con idee ben chiare e scioltezza nel decidere sin dal primo giorno, suscitando la meraviglia di tutti; il suo pontificato molto importante e sofferto durò quasi otto anni.
Giacomo Della Chiesa nacque a Genova il 21 novembre 1854 da una nobilissima famiglia, entrambi i genitori, marchesi, potevano vantare nei loro antenati dei papi.
Studiò a Genova fino a laurearsi in legge nel 1875 a 21 anni, trasferendosi poi a Roma nel Collegio Capranica per intraprendere gli studi in teologia.
Fu ordinato sacerdote nel 1878, continuando a studiare frequentando i corsi di specializzazione alla famosa “Accademia dei nobili ecclesiastici” di Roma, dove venivano formati i diplomatici della Santa Sede.
Il Segretario di Stato di papa Leone XIII, il card Mariano Rampolla del Tindaro, lo volle come suo segretario e ciò fu per lui un’alta scuola di diplomazia; gli furono affidati incarichi speciali dei quali parecchi a Vienna, alla corte imperiale austro-ungarica. Dal 1901 grazie ai suoi meriti, fu prosegretario di Stato e docente di diplomazia nella celebre Accademia dov’era stato studente.
La sua brillante carriera si interruppe nel 1907, quando papa Pio X, fautore di una politica rinunciataria e restauratrice del potere papale, lo mandò come arcivescovo a Bologna, non gradendo la sua naturale predisposizione per i giochi politici, che potevano essere d’impaccio alla linea di chiusura di papa Sarto.
Ma le cose si guardano anche con lo sguardo di fiducia nell’opera di Dio, in effetti a Giacomo Della Chiesa mancava una qualsiasi esperienza pastorale diretta, non essendo mai stato cappellano, parroco o vescovo, ma sempre uomo di Curia e di diplomazia; quindi la nomina ad arcivescovo di Bologna, veniva a colmare una esperienza necessaria per un futuro papa.
La stessa cosa capitò cinquant’anni dopo a papa Paolo VI, Giovanni Battista Montini, vissuto sempre a Roma all’ombra di Pio XII e solo qualche anno prima della sua elezione a pontefice, fu mandato come arcivescovo a Milano, quasi a completare la sua preparazione.
Mons. Giacomo Della Chiesa, governò l’importante diocesi bolognese per sette anni, infondendo nuovo vigore alla vita pastorale, usando signorilità e fermezza.
Nel suo ultimo Concistoro del 25 maggio 1914, papa Pio X lo creò cardinale e tre mesi dopo il 21 agosto morì, stroncato dall’angoscia di vedere l’Europa in guerra fratricida. Il 31 agosto 1914 iniziò il Conclave con la partecipazione di 57 cardinali, che avevano potuto raggiungere Roma a stento, attraverso un’Europa sconvolta e con le stazioni ferroviarie intasate di soldati in marcia verso il sanguinoso fronte.
L’elezione si svolgeva in un periodo in cui la guerra coinvolgeva molte Nazioni, ma nessuno era in grado di prevedere le enormi e disastrose proporzioni finali, non erano solo motivi politici a contrapporsi, ma anche culture, concezioni sociali, interessi economici, una conflittualità dei rapporti internazionali.
Anche la Chiesa Romana era investita nella contrapposizione ideologica, specie per la politica di chiusura su se stessa, messa in atto dal pontificato di Pio X, nella illusione di poter isolare il proprio destino da quello degli altri Stati; ma creando così un isolamento internazionale.
Tutti questi motivi e situazioni influenzarono la scelta di un nuovo pontefice, che avrebbe dovuto riallacciare rapporti e soprattutto mitigare l’intransigenza fino allora imperante contro la modernità, che aveva prodotto per anni una eccessiva e violenta campagna anti-modernista.
Eliminata per logica opportunità, la scelta di un candidato facente parte delle Nazioni in guerra, i voti dei cardinali elettori confluirono sull’italiano settantenne Giacomo Della Chiesa (l’Italia entrò in guerra nel 1915) che fu eletto al decimo scrutinio il 3 settembre 1914, scegliendo il nome di Benedetto XV.
La cerimonia dell’incoronazione per suo desiderio, fu svolta nella Cappella Sistina, anziché in S. Pietro, il tutto senza solennità e solo un piccolo ricevimento con qualche cardinale e ambasciatore.
Fu subito chiaro che il nuovo pontefice si sarebbe rifatto allo spirito innovatore di Leone XIII e già nella enciclica inaugurale del pontificato, egli intimò agli integralisti di por fine alle loro campagne indiscriminate di denuncia e spionaggio.
La scelta del cardinale progressista Domenico Ferrata a Segretario di Stato e dopo la sua subitanea morte avvenuta tre settimane più tardi, del cardinale Pietro Gasparri, indicò chiaramente la linea d’apertura di Benedetto XV.
Il mandato di Gesù a Pietro e ai suoi successori di pascere il gregge del Signore, venne assunto dal nuovo papa con una rilevante novità, quel gregge non è identificato soltanto nella Chiesa, ma bensì in tutta l’umanità, per cui il papa è definito padre di tutti gli uomini e la sua missione è universale.
Ed è con questa visione nuova del Papato, nonostante la crisi internazionale che investiva la Chiesa, che papa Benedetto XV si impegnò in un rilancio dell’attività diplomatica della Santa Sede, per sollecitare le Potenze a desistere dalla guerra.
Egli propugnò la tesi a lui molto cara, che la Santa Sede è “non neutrale ma al di sopra delle parti”, quindi non estranea alle tensioni e alle tragedie del vivere civile, ma in una superiore imparzialità, pronta a confondersi con le ragioni delle vittime, non più con le ragioni dei potenti.
Benedetto XV ribadì più volte nelle varie encicliche di quegli anni, questi concetti atti a considerare “i diritti e le giuste aspirazioni dei popoli”; ma nonostante i suoi sforzi, la sua ansia umanitaria incontrò solo rifiuti, malintesi ed incomprensioni anche presso i cattolici, troppo presi dai nazionalismi per intuire le verità etiche del suo appello.
Le sue forti definizioni e condanne riguardanti la guerra, rivolte a tanti Stati cattolici, che avrebbero voluto ognuno il papa dalla loro parte e benedicente le loro truppe, gli procurarono nemici, insulti, accuse di ignavia, viltà, soprannomi come “papa crucco”, dato dai francesi con disprezzo ai soldati tedeschi.
Citiamo alcune sue definizioni tratte da discorsi, omelie, encicliche, a partire dall’8 settembre 1914 e per tutta la durata della Prima Guerra Mondiale: “Flagello dell’ira di Dio”; “orrenda carneficina che disonora l’Europa”; “mondo fatto ospedale ed ossario”; “suicido dell’Europa civile”; “la più fosca tragedia dell’odio umano e dell’umana demenza”; e l’invito alle Potenze “alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage”.
Non fu capito ed era normale, fino allora la Chiesa mai imparziale in qualsiasi guerra, a volte essa stessa partecipe più o meno direttamente di avvenimenti bellici, ora affermava “una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli”.
Rimasto inascoltato, fece seguire ai messaggi un’opera di aiuto concreto, costituendo in Vaticano un’”Opera Prigionieri”, evadendo circa 700.000 richieste di notizie e 40.000 di rimpatrio, mantenendo i contatti con i soldati al fronte e le loro famiglie; nel 1915 molti detenuti civili poterono tornare nelle loro case e nel 1916 i prigionieri tubercolotici italiani poterono tornare in patria.
Il suo grande collaboratore il cardinale Gasparri, dichiarò che nelle opere assistenziali, il papa aveva distribuito più di ottanta milioni dell’epoca.
Dopo la guerra altri problemi preoccuparono papa Benedetto XV, un dilagante anticlericalismo ed una pericolosa Massoneria (società segreta sorta per affratellare gli uomini su base esclusivamente umanitarie, laiche e anticlericali) che con il suo Gran Maestro, Nathan, lanciava volgari accuse contro il Vaticano.
A ciò bisogna aggiungere che prendevano piede le idee del socialismo rivoluzionario, propagandate da Benito Mussolini, il futuro Duce, di carattere irrequieto e di spirito anticlericale, il quale già dal 1913 con un suo libretto suscitava l’odio dei lettori per qualunque forma di tirannia spirituale e profana.
Nel 1920 esisteva in Vaticano un clima di paura ed è di quell’anno il progetto di portare al sicuro il papa in caso di imminente pericolo; negli archivi segreti è conservato un piano per trasferirlo nell’Isola di Malta con un piccolo aereo. Riorganizzò l’Azione Cattolica Italiana, comprendendo in pieno il valore del laicato cattolico, operante in un contesto sociale di piena avversione anticlericale.
Accettò senza smentirlo il “Partito Popolare” fondato da don Luigi Sturzo, considerandolo però come realtà autonoma rispetto alla Chiesa.
Mandò consistenti aiuti ai contadini russi, vittime della carestia capitata nei primi anni della Rivoluzione Bolscevica; altrettanto fece con i contadini cinesi, colpiti nel 1921 da grandi calamità.
Promulgò il nuovo Codice di Diritto Canonico e nel 1920 approvò l’istituzione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondata da padre Agostino Gemelli.
Istituì la Congregazione dei Seminari e degli Studi, per coordinare l’opera di istruzione e perfezionamento dei futuri sacerdoti e dei Collegi cattolici.
Appoggiò concretamente la diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù, attraverso le Diocesi, strinse maggiori rapporti con i vescovi, essendo insufficienti e dispersive allora, le “visite ad limen”.
Esclusa dai Consessi Internazionali, la Santa Sede con l’opera di papa Benedetto XV, prese a ristabilire contatti diplomatici e operativi nei singoli Stati, tramite la nomina di Nunzi Apostolici, cioè gli ambasciatori del papa, allora assenti in molti Paesi, dopo la caduta dello Stato Pontificio. Con lui gli Stati con sede diplomatica presso il Vaticano, salirono da 14 a 27, fra i quali l’Inghilterra che l’aveva abolita da tre secoli.
Con l’enciclica “Maximum illud” del 30 novembre 1919, papa Benedetto XV tracciò le linee per una nuova pastorale missionaria, capovolgendo concezioni sino allora consolidate; i missionari non dovevano più considerarsi portatori della vera civiltà e a giudicare “a priori” negativamente le culture locali.
La missione andava vista come puro annuncio del Vangelo, senza identificazioni culturali, razziali o politiche, rifiutando, in quel periodo di colonialismo razzista e sfruttatore, ogni connivenza sia pure in termini di patriottismo, con la politica dell’occupante.
Fu incentivata la formazione del clero locale, supportata anche economicamente l’opera dei missionari, aperte le porte di Seminari in Italia e Francia per la preparazione e lo studio dei seminaristi, in particolare dell’Africa e dell’Asia orientale.
Proclamò santi, tutti nel mese di maggio 1920: S. Gabriele dell’Addolorata, s. Margherita Maria Alacoque, l’apostola del Sacro Cuore, s. Giovanna d’Arco.
Papa Benedetto XV morì il 22 gennaio 1922 a 77 anni, nel Palazzo Apostolico, stroncato in soli quattro giorni da una polmonite; venne sepolto nelle Grotte Vaticane di fronte alla tomba del suo predecessore Pio X, in seguito gli fu eretto un monumento nella Cappella della Presentazione nella Basilica di S. Pietro, opera dello scultore Pietro Canonica.
L’attuale pontefice Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) ha voluto chiamarsi come il suo predecessore di 83 anni fa, ammirato per lo sforzo da lui fatto durante tutto il suo pontificato, nel cercare e volere la pace nel mondo.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2011-05-12

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